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Quando la collaborazione scuola-famiglia passa attraverso i figli

«Questi ragazzi hanno troppi compiti, devono sempre studiare; da quando è ricominciata la scuola non c'è più tempo per passare una domenica insieme con tutta la famiglia». Sono frasi che noi del corpo docente delle Scuole San Benedetto di Lugano abbiamo sentito da alcuni genitori. Una minoranza, ma la preoccupazione per i figli è sempre in agguato, segno certamente di un desiderio di volerli aiutare, di voler essere loro vicini; purché non diventi paura, ansia, perché di questo non c'è bisogno.

La fatica dello studio

Che a scuola si vada per imparare e che per imparare bisogna fare anche un po' di fatica dovrebbe essere normale. Non andiamo a cercarcela, ma, visto che non possiamo eliminarla, dobbiamo chiederci perché non considerarla semplicemente parte dell'esperienza del crescere e del vivere. O pensiamo ancora che l'ideale della vita sia il divertimento (divertere in latino significa "guardare qua e là", guardare lontano dalla via principale)? Non dimentichiamo che non siamo al mondo per vivere tanto per vivere, ma per conoscere e perciò per amare.
Gli stessi ragazzi capiscono che per una ragione vera si può (e si deve) fare fatica, si può correre il rischio di qualche inciampo, di qualche incomprensione, di qualche errore anche degli adulti. Condividere questa esperienza tra genitori e docenti, aiutarsi a giudicare ciò che è importante, ciò che è auspicabile e ciò che è intollerabile è uno dei compiti pratici da mettere in conto nella collaborazione scuola-famiglia.

Studiare per crescere

Ricordo spesso questo episodio: vedendo la figlia, da poco arrivata alla scuola media Parsifal, studiare anche di sabato e di domenica, la mamma le aveva chiesto: «Devi studiare molto nella nuova scuola?». E la ragazza: «Non è che ti obblighino a studiare molto, ma in quella scuola ti fanno venir voglia di studiare».
Un bel richiamo per tutti noi adulti che, talvolta, perdiamo il senso delle cose: diamo i compiti, ma ci dimentichiamo il perché, ci preoccupiamo per un contrasto e non vediamo il cammino fatto. La via principale è quella che ci mostra la nostra condizione umana, non quella che ci fa dimenticare chi siamo, cercando di eliminare – inutilmente – TUTTI i problemi. 
Settembre e ottobre sono mesi di frequenti incontri tra genitori e insegnanti alle Scuole San Benedetto: ci sono le serate dei colloqui personali con tutti i docenti; ci sono, quando necessarie, molte “riunioni di rete” che coinvolgono anche altre figure di specialisti che collaborano con la famiglia e di conseguenza con la scuola. Ognuno deve fare la propria parte e ascoltare gli altri. L’esperienza che facciamo è sorprendente: nascono nuove ipotesi da attuare insieme, si scopre l’efficacia di un lavoro comune, ma questi incontri sono soprattutto occasioni per ritornare in noi stessi e chiederci che cosa desideriamo, che cosa vogliamo offrire a figli e allievi e di che cosa essi hanno veramente bisogno.

Il desiderio di crescere, un’esperienza diretta

Una mamma aveva per i suoi due figli la preoccupazione di cui ho raccontato all’inizio di questa news. Ho parlato diverse volte con lei e anche con qualche docente, fino a quando ho posto il problema direttamente ai due ragazzi, incontrandoli separatamente. Entrambi avevano ben chiare le loro difficoltà, ma anche i progressi che con soddisfazione, e un po’ di fatica, stavano facendo. «Quella sera – mi ha riferito la loro mamma – mi hanno sgridata, mi hanno rimesso al mio posto». Con quella mamma, dopo quella esperienza scolastica ed extrascolastica, credo che siamo diventati più amici, perché ci siamo aiutati ad accompagnare il desiderio di crescere di quei ragazzi.
Scriveva mons.
Camisasca in un articolo sul settimanale “Tempi”: «Nessuno può crescere se qualcuno non lo prende per mano». E qualche volta bisogna riconoscere questo compito anche ai propri figli e ai propri allievi.

 

Roberto Laffranchini, dir. SM Parsifal

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