Un'ex alunna racconta...

Ottavia Eberhardt Gianella è un’ex alunna delle Scuole San Benedetto, che ha frequentato le elementari al Piccolo Principe e le medie alla Parsifal. Ora è farmacista clinica presso l’Ospedale di Lugano, è sposata e ha tre figli. Ha accettato di raccontarci la sua esperienza nelle nostre scuole e di cosa ha fatto tesoro in quegli anni.

“Una cosa che ricordo con maggiore gioia, soprattutto del periodo delle medie, è che quando entravo in classe sentivo che la scuola mi apparteneva, che la costruivo io ed ero protagonista di quel luogo. La didattica mi era sempre proposta come una relazione in prima persona e non come qualcosa da fare e basta. L’insegnante di italiano, storia e religione delle medie ci diceva sempre che ci teneva imparassimo a dire “io”. Inizialmente non capivo cosa significasse questa cosa, ma l’insegnante ci ha accompagnato alla scoperta di questa consapevolezza anche nei programmi scolastici, presentandoci esempi di persone che avevano imparato a dire “io”. Nel programma di storia avevamo approfondito la vicenda dei Cristeros, contadini messicani cristiani che si erano ribellati contro la soppressione della libertà religiosa. Oppure ancora durante le ore di religione abbiamo affrontato la vicenda di Iqbal, un bambino pakistano cresciuto in una società dove il lavoro minorile era diffuso e costretto a cucire palloni da calcio, che si era ribellato a queste imposizioni, lottando per il diritto dei bambini di andare a scuola. Tutte queste cose mi sono rimaste dentro e poi ho capito che dire “io” significa rapportarmi con la realtà da protagonista e confrontare la realtà con il desiderio che hai nel cuore. Ora, nel dover scegliere una scuola per i miei figli, mi rendo conto ancora di più di che importanza abbia un luogo che insegni a ragazzi adolescenti questa consapevolezza. Un luogo, oltre alla famiglia, che nell’adolescenza proponga un’alternativa al “seguire la mandria” senza chiedersi se sia la strada che rende felici.

Serbo anche un bellissimo ricordo del rapporto con gli insegnanti: per me è stato particolarmente prezioso, perché non si trattava di adulti che fornivano conoscenze e basta, ma di persone che cercavano un rapporto educativo con noi in senso più ampio e vivevano con noi offrendoci anche una proposta per come stare con i nostri amici. Il docente di scienze, ad esempio, aveva creato un album di figurine dedicato alla nostra scuola. C’erano le figurine con i volti degli allievi, degli insegnanti e dei luoghi della scuola che potevamo scambiarci durante le pause. Ogni figurina era importante per completare l’album, così come ogni alunno ed ogni insegnante avevano un valore ed un posto per costruire la scuola. La scuola era proprio un luogo di vita, dove l’insegnamento passava da tutto: non solo dalle materie scolastiche ma anche da attività come il teatro di fine anno o il coro di Natale.

Ora mi rendo conto di come la bellezza, la cura per il lavoro ed il comprenderne il significato, fossero il punto a cui volevano farci arrivare gli insegnanti, proponendoci anche queste attività “extrascolastiche”, perché sono questi i motori che trainano tutto nella vita: dallo studio, alla professione, alla cura della famiglia e della casa”.

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