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Ma che passione ci mettono?

Gli allievi della scuola media Parsifal di Lugano sono come tutti gli altri, talvolta impegnati e performanti, e talvolta distaccati, sordi anche alle indicazioni più semplici; eppure… Eppure ci sorprendono, come dovrebbe sempre sorprenderci anche la nostra umanità di adulti. Qual è la strada per crescere insieme e imparare?

Educare non significa solo sviluppare competenze e conoscenze, frutto di valide spiegazioni e strategie; non solo tirar fuori una parte di sé, quella delle abilità da affinare con l’esercizio e da mettere alla prova con compiti e verifiche. Ma tutta la propria personalità, tutto il proprio io. Può davvero sembrare troppo, pensando magari con tenerezza ai ragazzi di prima media che si cimentano nelle prime scenette in francese, agli allievi di seconda che costruiscono col legno le macchine a propulsione gassosa per l’imprescindibile gara di fine anno, fino ai “grandi” di quarta che incontrano per la prima volta Dante partendo da un video in cui compare il loro docente di geografia.

E invece, guardando bene a ciò che è in gioco in queste attività, si può vedere come lo studio, un lavoro in classe, le stesse competenze e conoscenze possano essere la via, la realtà particolare in cui ogni ragazzo può esprimersi in rapporto con tutta la realtà. Si potrebbe liquidare la faccenda osservando: sono allievi diligenti ed educati, hanno imparato a comportarsi in un certo modo. Tuttavia, per molti di loro, non è un atteggiamento scontato, anzi. E allora, perché provano le scenette fuori dall’orario scolastico, addirittura portando costumi tanto sontuosi ed elaborati quando non richiesti dalla docente? Perché anche le ragazze decorano carrozzerie con stile inconfondibilmente femminile? Non ho altra risposta: perché in quello che stanno facendo capiscono che sono chiamati a esprimere se stessi, vanno oltre e vogliono affermare quel che loro sono. Perché lo fanno? Perché lo desiderano (e chi non lo desidera?), ma, soprattutto, perché vedono davanti a loro qualcuno che, con i suoi difetti, è ricco in quel che fa e questa umanità affascina, si manifesta in uno sguardo contagioso sull’altro e risveglia un compito e una passione per le cose spesso sconosciuti.

Educare insegnando è una sfida grande innanzitutto per chi la pone, ma il bello di una comunità educante è che c’è sempre qualcuno che aiuta gli altri, che testimonia agli altri questo fascino. Così i ragazzi si trovano davanti insegnanti che sono sinceramente interessati a loro, che li prendono sul serio e che non hanno paura né di alcune grandi domande che talvolta imbarazzano noi grandi, né dei difetti e dei limiti che loro per primi possono vivere come un ostacolo insormontabile. Come ha detto ai quartini il docente di geografia, in una delle testimonianze: «Siete una delle classi che più mi ha dato da fare, ma mai nessuna classe aveva fatto una cosa così per me. Ed è bello prendervi così come siete». Poter dire chi si è e vedere qualcuno davanti che dice: «Vai bene così», cioè sei fatto bene per capire che cosa desideri veramente e crescere.

È un’esperienza liberante. Quando si è guardati così nasce in noi una passione nuova.

Roberto Laffranchini
coordinatore delle scuole della Fondazione San Benedetto